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Well i guess this is growing up

5 settembre 2010

di Athirson de Oliveira

Di solito ci si accorge di un traguardo dopo averlo ampiamente superato. Si guarda indietro e lo si vede lì lontano, sempre più piccolo nello specchietto retrovisore.

Sapevo invece che vedere i Blink 182 dal vivo sarebbe stato per me uno spartiacque ben prima di trovarmi sotto al palco. Non è stato un concerto, no. L’Arena Parco Nord era solo uno spazio troppo grande per la mia misera, infinitesimale piccolezza. Ero in mezzo a una folla in burrasca e mi chiedevo se non fosse meglio spingere per arrivare fino alle transenne; se non fosse meglio abbandonarmi all’oceano di corpi puzzolenti e sudati e cantare alla cieca; se non fosse meglio stare in piedi, eretto, sulla collina e contemplare l’Arena ipnotizzata e in sincronia.

Ero troppo piccolo, o era tutto troppo grande, volevo essere ovunque, volevo essere ognuna di quelle teste convergenti verso un solo punto, Io Volevo Essere il Concerto.

In questo stato di perpetua inquietudine ho lasciato che tre imbecilli su un palco mi raccontassero per filo e per segno i miei ultimi undici anni di vita. I più belli, ora che di anni ne ho 23 e ho, appunto, passato un traguardo. Undici anni, perché nel ’99 chiesi alla mamma di comprarmi quel disco lì, con una pornostar in copertina. “Chi sono?” – “Massì, mamma, quelli che hanno fatto il video nudi che corrono per la strada, dai”. Deve aver pensato “è solo musica”, e di questo gliene do atto e la ringrazio.

Mentre stavo quasi immobile, un minuscolo puntino nell’Arena, mi rendevo conto che avevo una seconda possibilità. Vedere i Blink sapeva proprio di seconda possibilità; lo scioglimento nel 2005, il rimpianto per non aver mai visto la band forse più importante per la tua giovinezza, di sicuro la più importante per la scelta di diventare un musicista, una mancanza imperdonabile di un tassello nella ricostruzione del mosaico del tuo essere.

La seconda possibilità era arrivata, non me l’ero fatta sfuggire, ma, ugualmente, mi ero fatto prendere alla sprovvista. Immobile.

Milioni di pensieri in testa: sono cresciuti si odiano e lo fanno per soldi no spetta non è vero sembra proprio che siano ancora amici ma troppo padri per fare i ragazzini ormai fanno rock le canzoni punk non spingono bene beh piano però reckless abandon è un calcio in faccia sono delle rockstar sono delle fottute rockstar guarda queste venticinquemilapersone che cantano i loro testi…

Devo parlare della scaletta? Di come hanno suonato? Dell’assolo di batteria di Travis che gira su se stesso e sul suo asse, altro indizio di un microcosmo o macrocosmo, a seconda dei punti di vista, in perfetta armonia, esistente dentro a quell’Arena?

Perché? Che senso ha? Non c’era spazio per queste stronzate nella mia testa in quel momento. Era stato tutto preso dalle persone, dalle tantissime persone che associo ai Blink, che avrei voluto lì con me in quel momento, come fosse l’ultima cena, come se tutti avessimo avuto lo stesso traguardo e direzioni diverse una volta passato.

Invece ero solo.

Alcune di queste persone erano altri puntini, altri corpi celesti del cosmo dell’Arena, altre invece disperse nel caos là fuori, oltre le barriere, fuori dal sistema.

E’ restando solo che ho potuto coinvolgere tutti, alla pari, nella mia ultima cena, sentirmi Fatto di questi Undici anni, di queste Tantissime persone, di queste Migliaia di situazioni che si condensano in tre minuti di canzone, in un’ora e mezza di musica. Che purtroppo, come tutte le cose finisce. E finisce senza Adam’s Song, la canzone che avevo aspettato con ansia quasi drammatica. Finisce, si accendono le luci e penso che non fa niente, che lo accetto, che forse è meglio così, è meglio continuare a desiderarla invano. E immagino che questo significhi crescere.

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canada, musica e patata deh!

28 giugno 2010

di Jonathan Bachini

Ho sempre apprezzato viaggiare con amici, anche quando partivamo con la nazionale e l’aria di sfida interna al gruppo-squadra era pesante che si poteva tagliare con un miracle blade.

Sono tornato da pochissime ore dopo una settimana a Barcellona, segnata da una prima parte dedita alla musica e al festival San Miguel Primavera Sound e la seconda alla ricerda di uno sballo che fosse più forte dei soliti reperibili in terreno italiota e che potesse deprimermi ancora di più della mia squalifica a vita nello sport più sopravvalutato in territorio nazionale (ebbene sì, sputo nel piatto in cui ho mangiato e vado la sera in città con il mio amico Tiger Woods).

Al Primavera abbondavano 4 cose:

–      birra http://www.austrianbeer.co.uk/images/sanmiguel.jpg

–      cibo http://www.travelblog.org/Photos/461189

–      musica http://drownedinsound.com/images/49302.jpeg

–      figa. http://www.photo-browser.com/photo/Ciako/photo/figa-da-juve.jpg

Amici, quanta figa! Ma non dico a livello di pubblico, parlo di musiciste. C’era la bassista dei Pixies che ai suoi tempi era una discreta ragazza, c’era Florence di F. And The Machine che può piacere (ma dal vivo vi assicuro che è veramente apprezzabile), c’erano anche le CocoRosie per i palati più esotici e canterini. Ma su tutte, c’era lei.


Lei, che ha preso il posto di Feist. Lei che canta, suona la tastiera, il cimbalino e fa i balletti quando cantano Kevin Drew o Brendan Cunning. Signori, i canadesi non capiranno un cazzo di sport, ma hanno capito che le belle donne stanno bene dentro ai bei gruppi, dèh!

Qua il mio amicone Di Livio ha trovato le canzoni che hanno suonato i nostri nuovi amici canadesi. http://www.setlist.fm/setlist/broken-social-scene/2010/primavera-sound-festival-barcelona-spain-73d43af9.html

Qua ci sono i video del loro concerto http://www.youtube.com/results?search_query=broken+social+scene+primavera&aq=f.

Ragazzi, fidatevi di uno che le droghe le ha provate tutte. Qui non si scherza. Sto parlando di figa e musica fatta come il Signore comanda, deh!

Mondiali #3 – There’s no return from ’94

21 giugno 2010

di Athirson de Oliveria

Questo post è pieno-zeppo di luoghi comuni. Se vi disturba potete sempre fare a meno di leggerlo

E’ luglio 1994. Giro per le strade di Pasadena. Fra poco si gioca Italia Brasile. O Brasile Italia. Dipende da che parte si guarda il cartellone. E’ iniziata male ma alla fine ce l’abbiamo fatta. Il Divin Codino ce l’ha fatta.

Appena ho saputo dei Mondiali negli Stati Uniti non ho perso tempo e mi sono organizzato questo viaggio che volevo fare da tempo.

Qualche giorno fa sono stato a Seattle, di andare ad Aberdeen invece non ho avuto il coraggio, non è esattamente il mio concetto di turismo. Per quanto riguarda la tomba di Kurt, quella la lascio alle ragazze private del loro dio. A me piacevano i Nirvana e basta. Ieri invece giravo per Orange County in macchina del mio amico che studia qui, era sintonizzato su KROQ, una radio locale specializzata in musica alternativa. Hanno passato ben due volte una canzone fighissima dove c’è un tizio che ogni tanto salta fuori e dice qualcosa come Gotta Keep ‘em separated. Ha un ritornello killer, un riff mezzo spagnoleggiante, lo speaker lo annuncia come il singolo di tali Offspring, che anticipa il loro prossimo disco Smash. Dev’essere una bomba, ho provato a un negozio di dischi per vedere se c’era. Un negozio un po’ distro ovviamente, un negozio dove potessi trovare un disco del genere. Non c’era ancora, ma c’era la loro ultima cassetta, Ignition. L’ho comprata ed è una bomba, c’è anche un pezzo che si chiama Dirty Magic che mi ricorda i Nirvana. Sì lo ammetto, mi mancheranno i Nirvana. E questi Offspring sono troppo hardcore, troppo T.S.O.L., non venderanno mai un cazzo, non da me in Europa.

Sono quasi arrivato al Rose Bowl. Ci sono dei messicani che vendono magliette taroccate. Baggio va a ruba, ma oggi giocherà mezzo rotto. La maglia dell’Italia non è malvagia, con quei riflessi azzurri sul blu. E’ il simbolo della Federcalcio che non mi piace molto. I numeri invece sono tamarri, barocchi, come piace a me. Ci sono un sacco di brasiliani, la maggior parte di loro ha la maglia di Romario. Uno l’ho visto con la maglia di Marcio Santos. L’anti-conformismo esiste anche in Sudamerica.

Italia – Bulgaria l’ho vista solo in televisione, e mi è dispiaciuto. Dopo aver visto come abbiamo giocato sono convinto che lo schianteremo questo Brasile, che non è spaventoso come tutti gli altri anni. Che poi non vince un cazzo dal ’70, contro di noi. I sei minuti di Rivera, Pelè, Italia Germania 4-3, tutte quelle cose lì.

C’è un concerto dei Green Day qui fra pochi giorni. Non li ho ancora ascoltati, non mi ispirano granché. Dicono che siano dei venduti del cazzo. Dei venduti del cazzo che hanno mollato l’etichetta piccola per andare con la major e passare dal punk al pop. Non so, non posso giudicare, ma non ho molta voglia di ascoltarmeli.

Questo Ignition è veramente un disco della madonna. Quando tornerò in Italia lo farò ascoltare ai miei amici. Che la smettano coi Pearl Jam e i Guns ‘n Roses.

Fu circa così. Non per me, s’intenda. Nel 1994 avevo 7 anni. La finale la vidi in Tv coi miei. I rigori. Baggio lo tirò alto e tutti si disperarono. Mi disperai anch’io, evidentemente bisognava farlo. Ma fra me e me mi ripetevo che sarebbe bastato tirare un’altra volta no? Però mi vergognavo di chiederlo, magari è una vaccata. Perciò chiesi: “E adesso?”

“E adesso basta per 4 anni” mi rispose, insospettabilmente preparata, e già meno triste, la mamma.

Però! Quattro anni senza calcio. Chissà perché. A settembre mi imbattei in una partita di coppa. La Lazio, mi pare. La mamma aveva detto una cazzata.

Avrei voluto avere più di sette anni nel 1994. Sorprendermi al suicidio di Cobain. Intercettare su MTV il video di Come Out & Play e di Basket Case e lasciare che piano piano mi cambiassero la vita in diretta, e non in differita. Avrei voluto passeggiare per la spiaggia di sera con l’aria sulla faccia pensando a una bella figa, vestito come un coglione con quei jeans chiari a vita alta, le camicette e le magliette coloratissime e di cattivo gusto, il cappellino con la visiera girata all’indietro e la lacca sui capelli ascoltando con il mio walkman quell’Ignition con quei suoni di cristallo, subacquei, i rullanti che sembrano ceffoni, le chitarre acidissime, schifosamente californiane, più californiane e estive di questo video

volevo disperarmi a tal punto da non sentire Pizzul dire con la voce spezzata “…alto…”…sarei uscito con gli amici, avremmo bevuto una birra con tremila lire, poi di nuovo a casa, in camera, ad ascoltare punk e a pensare che il mondo sarebbe stato una merda anche se l’Italia avesse vinto. Ci mancava solo che fosse vera la storia che Repetto se n’era andato.

Invece non è andata così.

La mia Come Out & Play è stata Pretty Fly, poco dopo che Zidane e Petit ne facessero 3 a Taffarel. La vera disperazione fu illudersi di vincere un Europeo con Delvecchio e trovarsi invece con un neo-juventino che ti spezzava il cuore.

I dischi però già non suonavano più con quell’aura estiva e “Novanta”. Erano sempre più puliti e asettici.

Ma mi è andata bene. Meglio di un 1-1 con la Nuova Zelanda ammaliati da un disco dei Confide.

Mondiali #2 – Quando sbagliare conta

14 giugno 2010

di Athirson de Oliveira

Ok. Finora un’ecatombe:

  • Green ha fatto una gran cazzata, eppure non è stato il gol più umiliante che Dempsey abbia inflitto ad una squadra. Chiedete a Zaccheroni.
  • Il Cristiano Ronaldo versione Sega Planet che hanno messo in porta dell’Algeria ha fatto una cosa che nemmeno i Pulcini.
  • Il portiere del Messico sembra uno squilibrato, mi ricorda le squadre di periferia venete come il Vò, il Montemerlo e i Gianesini che non riuscendo a trovare undici-giocatori-undici, assoldano lo scemo del villaggio. Presto combinerà la sua.
  • La Grecia fa cagare, ma vabbè, che novità. La Grecia è la Grecia, la Grecia fa cagare anche a Subbuteo.

Questo è in soldoni un sunto del mondiale. Tralascio l’autogol della Danimarca perchè in fondo mi sembra molto più normale di quanto possa apparire a primo impatto.

Pensateci: è un mondiale. I gironi eliminatori. Tutt’al più si torna a casa presto, no? Ma si torna semplicemente a casa. In fondo, a parte l’eterna spaccona Inghilterra, parliamoci chiaro, Danimarca Algeria, Messico e Grecia pensavano davvero di arrivare lontano anche non facendo troiate?

E allora il danno sta a zero.

Pensate invece a chi si spacca il culo una stagione, poi si trova a dover giocare due partite. Una la pareggia fuori casa, ipotecando il ritorno. Poi ospita gli avversari e ne prende tre, regalandone due.

Pazienza, si torna a casa, succede. No. Non si torna a casa.

Si torna in Lega Pro. L’inferno del calcio. La ricompensa per aver giocato 41 partite in stadi mezzi vuoti, con avversari più cattivi e squadre tutte alla pari.

C’ho pensato per qualche secondo sabato. Altro che Baggio in lacrime, Di Biagio a terra, la papera di Kahn su Ronaldo, il golden gol di Trezeguet nei Paesi Bassi.

Quello, non questo, è il calcio.

Poi mi sono ricordato che sono padovano. E sti cazzi.

Mors tua, vita mea Arrigoni.

Mondiali #1 – La lotteria

12 giugno 2010

di Athirson de Oliveira

Quand’ero piccolo non me ne accorgevo molto, ma avevo un sacco di tempo libero. Niente esami, niente lavoro, niente studio, niente libri, niente da fare. Si aggiunga poi che i videogiochi erano ancora oggetti poco conosciuti e ancora non si conoscevano gli effetti sui bambini, perciò più di un’oretta scarsa non mi era consentito giocarci. Pazienza: avevo giusto 3 giochetti, se escludiamo il compianto Cat: Sensible Soccer, Golden Axe e uno strategico ante litteram del quale non ho mai capito una mazza, tale Power Monger.

Va da sè che il resto del tempo lo spendevo fuori, all’aria aperta, fuori da casa mia. Amici? Pochi.

Anzi, giusto uno.

Carnagione olivastra, bruno, cicciottello, sanguigno e un po’ spaccone. Il mio esatto opposto. Ci siamo conosciuti facendoci mettere in punizione il primo giorno delle elementari (il primo giorno delle elementari!): fummo gli unici due a non fare la merenda quel giorno: poco male, non l’avevamo mai fatta prima, non ne sentivamo la mancanza.

Amavamo, come un po’ tutti i bambini del mio paese, il calcio. Passavamo le giornate a giocarci. Io e lui, io e lui e chi capitava, io e lui e qualche terzo amico, io e lui e mio fratello talvolta, quando non usciva coi suoi amici.

La maggior parte delle volte però eravamo appunto io e lui. Allora si facevano “le azioni”. Gli “scartaggi” (Passaggi o scartaggi?, si domandava sempre ai compagni al momento di decidere le regole della partita in ambrosiana; io col dribbling già me la cavavo, e spingevo sempre per il tutti contro tutti). Però poi arrivava sempre il momento fatidico, il momento più nobile, quello in cui la tensione saliva alle stelle, e si immaginava proprio l’intero stadio attorno col fiato sospeso, pendente dal tuo piede.

I rigori.

I rigori erano fantastici, in due. Perchè in realtà era una partita vera. Tu eri una squadra, lui era un’altra. Ed essere una squadra significava proprio essere una squadra: significava che tu potevi essere tutti, potevi essere prima l’uno, poi l’altro, poi l’altro ancora, tutti i tuoi campioni contemporaneamente, e il trasformismo diventava spesso anche più bello del rigore stesso.

Prima della finta, prima del cucchiaio, prima del rigore col passaggio (impossibile in due), all’epoca il massimo della trasgressione era batterli senza rincorsa, come Beppe Signori.

Spesso la traversa non c’era, perciò non si capiva mai quand’era alta o no. Ovviamente il tiratore diceva di no, il portiere di sì. Scoppiavano le dispute, a volte si arrivava alle mani, ma non era che il fantasma ancora vivo di Pasadena ’94.

Il più delle volte erano delle sfide infinite. Fu più o meno a quell’epoca che nutrii gli ultimi sentimenti di simpatia verso la Francia. Mi piaceva quella squadra, la prendevo sempre su International Superstar Soccer quando ancora si chiamava così, e conoscevo i nomi dei giocatori.

Una volta posizionata la palla sul dischetto, le mani sui fianchi ad aspettare di concepire il mio rigore, per poi batterlo.

Ora sono Djorkaeff

Ora sono Lizarazu

Ora sono Karembeu

E me lo vedevo a bordo campo Aime Jacquet, fiero del suo rigorista, dei suoi rigoristi.

Nel ’98 capii perché amavo la Francia.

Perché non aveva mai vinto un cazzo.

Odiavo la Francia e adoravo l’artefice primo della sua ritrovata forza. Zinedine Zidane.

Ora Zizou non c’è più. Oggi Francia Uruguay è finita 0-0, senza brividi. Se c’è qualche bambino in giro, che gioca in giardino col suo amichetto a tirare i rigori, e che nel 2006 era troppo piccolo per capire cosa stesse succedendo, forse sceglierebbe la Francia. Forse la troverebbe simpatica. Di certo non gli farebbe nessuna paura, la paura che per quasi 10 anni sentivo non appena Zidane prendeva il pallone.

Speciale Mondiali

11 giugno 2010

Lungi da noi voler fare un torto ai nostri bravissimi colleghi di http://doppiavuemme.splinder.com , ma se permettete siamo ex seghe, anzi, ex calciatori perchè seghe lo siamo ancora, e di calcio vogliamo parlare anche noi.

Astronauta apre lo speciale Mondiali. Perchè capita una volta ogni 4 anni. Perchè ci piace. E perchè non si vive di sola musica. Ma di calcio e musica anche sì. Lo sa bene il nostro amico Alexi:

Capire lo spirito Punk

27 maggio 2010

di Athirson de Oliveira

Mi capita di chiedermi le ragioni delle mie ossessioni. Capita quel disco, a volte addirittura quel gruppo, che la prima settimana, o anche la seconda, ti sembra uno fra i tanti. Poi cominci a innamorartene. Poi passi un periodo, il più lungo, in cui non riesci a staccartene. Poi un periodo di scarico in cui cominci ad ascoltare altro, ma il giorno in cui non dovessi trovare nulla di tuo gradimento, ecco che quel disco va sempre bene.

Statisticamente mi succede circa una volta ogni due anni. Quest’anno è toccato ai Polar Bear Club. In proporzioni sinceramente spaventose anche per me stesso, oltre per chi ha dovuto sorbirseli salendo sul mio sedile del passeggero (o leggendo queste pagine, mi scuso).

Non lo faccio spesso, ma a volte quando avverto in me un “problema” faccio una sincera autoanalisi, e tento di individuarne le radici, di provare a risolverlo.

Allora sono partito da qui:

precisamente da 2:55, quando inizia il riff, quel riff finale.

Chitarra, Chitarra, Basso e Batteria. Ecco, il problema doveva essere quello. Chitarra, Chitarra, Basso e Batteria. Ho ripensato ai miei ultimi anni, quelli della cosiddetta crescita musicale, quelli in cui decidi che è ora di farti una cultura e cominci ad ascoltare Cose Difficili. Cose che da adolescente avresti etichettato come Commerciali (i Get Up Kids? “Non sono Punk”). Cose Commerciali. Perchè c’è una tastiera, c’è una chitarra acustica, c’è, mioddio, dell’elettronica, certi pazzi inseriscono persino strumenti classici, certi montati addirittura si presentano come collettivi e non come band.

E’ stato questo il tuo orizzonte musicale degli ultimi anni, piano piano hai abbandonato il Punk perchè in fondo quelle tastierine non erano poi male; in fondo arrangiamenti più ricchi erano apprezzabili, scopri che sono anche più difficili, scopri che sono gratificanti, sì, gratificanti per l’orecchio.

E il mio percorso a ritroso finisce con un episodio, non ricordo se avessi 16 o 17 anni, ricordo che ero a tavola, con la mia famiglia, suonavo col mio gruppo già da due anni. Un gruppo, come dire, Punk.

Chitarra. Chitarra. Basso. Batteria.

E ricordo che parlavo con mio padre, e gli dissi un sacco di cazzate. Mio padre, classe 1953, quando uscì Never Mind The Bollocks il suo gruppetto si era già sciolto, quando si impiccò Ian Curtis dopo due anni di carriera, lui era sposato da otto giorni.

Ricordo che mi disse qualcosa come: “Ma perchè non allargate il vostro sound, perchè non inserite altri strumenti, che so, una tastiera?”. So a chi pensava lui. Pensava ai Doors, ai Formula 3 (bestia!, un gruppo senza basso! Eresia), e io, che come chitarrista nel mio gruppo avevo uno che da quando era bambino studiava pianoforte, risposi sordo:

“Papà, andiamo. Tu non capisci lo spirito Punk!”

Tu non capisci lo spirito Punk. Proprio così gli dissi.

Chitarra, Chitarra, Basso, Batteria.

Dev’essere così: quei 20 secondi finali di Boxes mi riportano indietro, indietro a quando pensavo queste cazzate, a quando pensavo a quei quattro strumenti come condizione necessaria e sufficiente per fare Musica (perchè il Punk ERA la Musica).

Adesso so che non è vero.

Anzi.

Non è sempre vero.