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Capire lo spirito Punk

27 maggio 2010

di Athirson de Oliveira

Mi capita di chiedermi le ragioni delle mie ossessioni. Capita quel disco, a volte addirittura quel gruppo, che la prima settimana, o anche la seconda, ti sembra uno fra i tanti. Poi cominci a innamorartene. Poi passi un periodo, il più lungo, in cui non riesci a staccartene. Poi un periodo di scarico in cui cominci ad ascoltare altro, ma il giorno in cui non dovessi trovare nulla di tuo gradimento, ecco che quel disco va sempre bene.

Statisticamente mi succede circa una volta ogni due anni. Quest’anno è toccato ai Polar Bear Club. In proporzioni sinceramente spaventose anche per me stesso, oltre per chi ha dovuto sorbirseli salendo sul mio sedile del passeggero (o leggendo queste pagine, mi scuso).

Non lo faccio spesso, ma a volte quando avverto in me un “problema” faccio una sincera autoanalisi, e tento di individuarne le radici, di provare a risolverlo.

Allora sono partito da qui:

precisamente da 2:55, quando inizia il riff, quel riff finale.

Chitarra, Chitarra, Basso e Batteria. Ecco, il problema doveva essere quello. Chitarra, Chitarra, Basso e Batteria. Ho ripensato ai miei ultimi anni, quelli della cosiddetta crescita musicale, quelli in cui decidi che è ora di farti una cultura e cominci ad ascoltare Cose Difficili. Cose che da adolescente avresti etichettato come Commerciali (i Get Up Kids? “Non sono Punk”). Cose Commerciali. Perchè c’è una tastiera, c’è una chitarra acustica, c’è, mioddio, dell’elettronica, certi pazzi inseriscono persino strumenti classici, certi montati addirittura si presentano come collettivi e non come band.

E’ stato questo il tuo orizzonte musicale degli ultimi anni, piano piano hai abbandonato il Punk perchè in fondo quelle tastierine non erano poi male; in fondo arrangiamenti più ricchi erano apprezzabili, scopri che sono anche più difficili, scopri che sono gratificanti, sì, gratificanti per l’orecchio.

E il mio percorso a ritroso finisce con un episodio, non ricordo se avessi 16 o 17 anni, ricordo che ero a tavola, con la mia famiglia, suonavo col mio gruppo già da due anni. Un gruppo, come dire, Punk.

Chitarra. Chitarra. Basso. Batteria.

E ricordo che parlavo con mio padre, e gli dissi un sacco di cazzate. Mio padre, classe 1953, quando uscì Never Mind The Bollocks il suo gruppetto si era già sciolto, quando si impiccò Ian Curtis dopo due anni di carriera, lui era sposato da otto giorni.

Ricordo che mi disse qualcosa come: “Ma perchè non allargate il vostro sound, perchè non inserite altri strumenti, che so, una tastiera?”. So a chi pensava lui. Pensava ai Doors, ai Formula 3 (bestia!, un gruppo senza basso! Eresia), e io, che come chitarrista nel mio gruppo avevo uno che da quando era bambino studiava pianoforte, risposi sordo:

“Papà, andiamo. Tu non capisci lo spirito Punk!”

Tu non capisci lo spirito Punk. Proprio così gli dissi.

Chitarra, Chitarra, Basso, Batteria.

Dev’essere così: quei 20 secondi finali di Boxes mi riportano indietro, indietro a quando pensavo queste cazzate, a quando pensavo a quei quattro strumenti come condizione necessaria e sufficiente per fare Musica (perchè il Punk ERA la Musica).

Adesso so che non è vero.

Anzi.

Non è sempre vero.

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